
Il nome Torano parrebbe avere due origini: quella più poetica lo fa derivare dalla divinità etrusca “Turan”, che significa “divinità, costellazione”, mentre quella più “popolare” lo associa al termine latino “Turris”, torre. L’aggettivo Nuovo invece è riferito alla voluta ricostruzione, avvenuta nel 1494, dopo la quasi totale distruzione subita in conseguenza della “guerra del gesso” tra Carlo VIII e Ferdinando II d’Aragona. Il borgo fortificato era in posizione strategica sul punto di confine fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, ma a seguito di allora non rimase più nulla, solo la volontà degli abitanti, scampati all’eccidio, nel voler ricostruire.
Torano Nuovo è sito a pochi chilometri dal confine con le Marche, a 25 km dai monti della Laga, e a soli 14 km dal mare Adriatico. Una posizione ottimale, a 237 metri sul mare che gli permette di godere degli afrori del caldo scirocco, rinfrescato, nelle serate estive, dalla tramontana.
Qui è possibile visitare la Chiesa di San Massimo, sopravvissuta alla distruzione, della quale se ne ha citazione sin dal lontano 1066 essendo elencata tra i beni soggetti alla giurisdizione di Montacassino. La Chiesa di San Martino, in località Villa Torri nei pressi della splendida villa del Barone Cornacchia, a cui fa capo anche una importante cantina per la produzione di vini a DOC e di olio extravergine di oliva,custodisce affreschi risalenti al 1.400 e l’originario stemma gentilizio del Barone Cornacchia risalente al 1577; e infine la Chiesa della Madonna delle Grazie, con le tele raffiguranti l’Immacolata e la Sacra Famiglia del XVII e XVIII secolo, ed altri dipinti sacri.
A pochi chilometri dal mare Torano Nuovo è locata su una soleggiata collina, e custodisce al suo interno la vecchia piazzetta, sorta dall’abbattimento dell’antica chiesa di San Flaviano, - a questa è dedicato il patrono della cittadina onorato il 24 novembre -, e le viuzze che la circondano e che formano Largo S. Flaviano.
La valle è ricca di industrie, ma basta salire di poche centinaia di metri per vivere già in un ambiente più salubre, per conoscere una cultura più agricola, dove padrone incontrastato è il vigneto disposto a tendone che, con rigoroso ordine, risale la sponda sinistra del torrente Vibrata. In passato il paese era conosciuto per gli allevamenti dei bachi da seta, oggi per la lavorazione degli articoli in pelle, del ferro, del legno, e per la produzione agricola che attrae estimatori e turisti curiosi.
Senza sminuire ciò che si prepara nelle altre province, la cucina teramana è quella che, per originalità e ricchezza di elaborazioni, rappresenta più degnamente l'Abruzzo. Uno dei piatti tipici di Teramo e del suo circondario consiste nelle Virtù. Alla ricorrenza del I° di Maggio ogni luogo della provincia, dalla città ai casolari di campagna, vede riunite allegre comitive che celebrano il giorno di festa con l'elaborazione di questa gustosa zuppa i cui preparativi cominciano dal giorno precedente. La tradizione, di estrazione pre-cristiana riferita alla celebrazione della nuova vita della terra, vuole che la pietanza rappresenti il passaggio dalle ristrettezze invernali alle agiatezze primaverili, unendo quanto è rimasto della prima stagione a ciò che è dato dalla seconda. E' così che nell'antica ricetta si fondono 7 tipi di legumi secchi avanzati dalle scorte invernali, 7 legumi freschi, 7 verdure primaverili, 7 qualità di carne, 7 condimenti e 7 tipi di pasta fresca e secca con l'aggiunta di alcuni chicchi di riso. Il tutto andrà cotto per 7 ore e mangiato sia caldo che freddo.
Oggi la “formula” è nettamente semplificata, ma quella che segue è ancora abbastanza vicina alla tradizione .






