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Alle sorgenti del Montepulciano d'Abruzzo

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Montepulciano d'Abruzzo

Dando credito ad una tanto fantastica quanto bucolica parabola, tutti i popoli abruzzesi avrebbero visto la loro origine in un’unica località sita fra Cittaducale ed Antrodoco – l’ombelico d’Italia -, espandendosi poi secondo i canoni di un singolare big bang etnografico che, anziché prodursi in un’unica deflagrante soluzione, si è protratto placidamente nei secoli con quei ritmi e con quelle scelte che i pastori di queste montagne sono usi seguire da secoli, anzi, da millenni. Ma vediamo di spiegare meglio il fenomeno.

Da sempre, e quindi non solo da ora, le spinte demografiche dovute a un accrescimento abnorme della popolazione hanno determinato fenomeni di limitazione all’interno delle énclaves più fortunate spingendole ad adottare sistemi di autoriduzione che, in molte civiltà hanno assunto spesso contorni assai cruenti: basti ricordare i sacrifici al dio Baal dei Punici, le guerre “virtuali” degli Aztechi e l’antropofagia rituale della Nuova Guinea.

 

Non così nell’Italia Centrale dell’Alta e Media Età del Ferro dove fu rispettato, per secoli, il Ver Sacrum o Primavera Sacra, ovvero una manifestazione divinatoria attuata dalle popolazioni osco-umbre discendenti da un remoto ceppo brachicefalo italico e basata su emigrazioni forzate: l’impostazione di tali riti era, almeno all’inizio, indubbiamente sacrale, ma in seguito questa prassi si rivelò anche un ottimo metodo per diminuire la pressione demografica in talune zone della penisola favorendo la colonizzazione delle altre aree limitrofe.

Questo succedeva nel momento in cui a causa di avversità di carattere fisico come malattie e pestilenze, oppure psicologico come il succedersi di avvenimenti negativi, la tribù si vedeva costretta, in base a un rito arcaico, a sacrificare i primogeniti, nati nel periodo primaverile, al dio Mamerte (Marte).
Sacrificio per modo di dire – aggiungiamo noi – perché nella pratica il sacrificio consisteva nel rendere coloro che dovevano essere sacrificati, dei sacrati ovvero persone offerte al dio in una forma però che rispettava sia l'idea del sacrificio sia le esigenze di limitazione demografica della tribù stessa. In questo modo tali individui vivevano fino all'età adulta come elementi particolari con un destino già segnato. L'obbligo era di lasciare il proprio gruppo di appartenenza per cercare nuove terre dove insediarsi, muovendosi sotto la guida di un animale sacro alla divinità. L'animale guida poteva essere rappresentato da un toro, un lupo oppure un cervo ed il gruppo emigrante lo seguiva nel suo errare e si stabiliva nel luogo che pensavano l'animale avesse indicato. In questa maniera comparvero e divennero stanziali nei diversi territori abruzzesi e limitrofi i Piceni e i Pretuzi, i Vestini e gli Equi, i Marrucini e i Peligni, i Marsi e i Sabelli, i Frentani e i Sanniti e molti altri ancora, tutti provenienti da un unico ceppo ma differenziatisi in seguito in conformità dell’habitat scelto. Inoltre non va dimenticato che nell’incontro con gli antichi popoli di pastori-guerrieri e cercatori di metalli provenienti dall'Oriente, che già popolavano alcuni tratti della costa, l’ impatto civilizzatore provocò sulle popolazioni indigene una sorta di imponderabile rivoluzione culturale.

Tutto andò bene finché all’orizzonte non si profilò quello che nel volgere di pochi anni (una quarantina circa) si rivelò come una vera e propria catastrofe etnica e sociale: l’avvento dell’espansionismo romano. A cavallo fra il IV e il III secolo a.C., i Sanniti e con loro tutti gli alleati sortiti, come abbiamo visto, dall’unico ceppo centro-italico, combatterono una vera e propria battaglia per la sopravvivenza ma, malgrado l’aiuto portato loro anche dagli ultimi sopravvissuti delle popolazioni etrusche, dai resti delle primigenie popolazioni umbre e dai pronipoti di quei celti scesi in Italia al seguito di Brenno e quivi rimasti, dovettero inchinarsi allo strapotere delle legioni e chiedere tregua. Il risultato fu che, magnanimamente, Roma, risparmiò loro la vita, ma gli tolse la libertà. Comunque, sotto il nuovo governo, nacque e si sviluppò una nuova aristocrazia agricola e pastorale che, grazie alla grande volontà e alle caratteristiche pedoclimatiche territoriali, non stentò a mettere insieme grandi fortune. A questi “nuovi ricchi” mancavano solo due cose: il diritto al voto e la dignità di cittadino romano. Di qui, fra il II e il I secolo a.C. una nuova serie di guerre e di brucianti sconfitte ma infine, malgrado le perdite subite, ecco la cittadinanza romana e la rappresentanza nel Senato con propri membri: l’Impero era cominciato. Con la caduta di questo, l’Abruzzo segue le sorti dei Bizantini, dei Goti, dei Longobardi e dei Franchi, per vedere poi l’arrivo dei Normanni e degli Svevi (intercalate, come nel resto d’Italia, dalle frequenti e micidiali scorrerie saracene). Seguono gli Angiò e gli Aragona con tutti i loro feudatari, i Borboni e, con loro e sopra di loro, il Soglio di Pietro; fino all’Unità d’Italia.

Dal punto di vista orografico, l’Abruzzo è una Regione con andamento altimetrico molto articolato che va dal livello del mare ai quasi tremila metri del Gran Sasso d’Italia e della Majella, e con un gran numero di massicci montuosi che si alternano a zone pianeggianti ed altopiani. Lo coste sono per lo più sabbiose, quasi prive di scogliere imponenti e di approdi importanti. La maggior parte dei corsi d’acqua, proprio per la presenza delle molte montagne dell’interno, muove da sud-ovest a nord-est con estuari disposti perpendicolarmente al profilo costiero che è disposto, secondo un’inclinazione di circa 45° rispetto ai paralleli, da nord-ovest a sud-est. In questa situazione è chiaro che tutto il territorio è fortemente irriguo in quanto bagnato dalle acque originate in gran parte dallo scioglimento delle nevi, e questo determina, anche se il corso dei fiumi non è quasi mai superiore ai 100 chilometri, un fluire abbastanza costante per quasi tutto l’anno, evitando perniciosi deflussi a carattere torrentizio. Di qui la vocazione fortemente agricola della Regione, composta da quasi tutte le coltivazioni tradizionali italiane: si va quindi dai cereali ai legumi, agli ortaggi e alla frutta per giungere alle coltivazioni tipiche della collina, vite e ulivo, e della montagna, il castagno. Il tutto in complemento a una zootecnia di prim’ordine. Nell’album nazionale dei prodotti tradizionali, aggiornato al 1 ottobre 2003, l’Abruzzo ha depositato 18 marchi di carni (e frattaglie) fresche e loro preparazioni, 15 formaggi tipici, 14 marchi di paste fresche e prodotti di panetteria, pasticceria, biscotteria e confetteria, il miele, 23 prodotti vegetali allo stato naturale o trasformati, oltre alle 3 DOP per l’Olio extravergine d’oliva (Colline Teatine, Aprutino Pescarese e Pretuziano delle Colline Teramane), alla DOP dei Salamini italiani alla cacciatora e alla IGP Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale. Per il solo comparto vino vanno ricordate la DOCG “Colline Teramane, le 3 DOC Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano d’Abruzzo e Controguerra e le 9 IGT (Alto Tirino, Colli Aprutini, Colli del Sangro, Colline Frentane, Colline Pescaresi, Colline Teatine, Histonium o del Vastese, Terre di Chieti e Valle Peligna).

A tutto questo si è giunti perché le genti d’Abruzzo sentono sempre un forte legame fra la loro terra e ciò che essa produce: legame che è tanto più forte quanto più ci si addentra fra le colline seguendo, fino alle montagne, il tracciato dei numerosi corsi d’acqua. Esiste anche naturalmente, poichè la costa regionale che si affaccia sull’Adriatico, da Martinsicuro a San Salvo Marina, è lunga circa 140 chilometri, una grande attività legata alla pesca costiera e d’altura ma, malgrado l’ottima qualità del pescato e il fervore di qualche località costiera con dinamiche turistiche prettamente estive, non si riscontra un’eminente tradizione di cucina di mare poiché la cucina più importante e più significativa d’Abruzzo rimane quella di terra. L’abruzzese è e rimane uomo di montagna e di collina: culturalmente rimane quell’uomo che è partito con le sue greggi dall’ombelico d’Italia tre o quattromila anni fa per costruirsi un mondo nuovo e per consentire agli altri di sopravvivere. In onore di quest’uomo e delle innumerevoli tribù in cui si è suddiviso, tribù che si sono sparpagliate su oltre 10.000 chilometri quadrati di superficie, indicheremo negli itinerari i nomi delle tribù stesse in quanto, ancor oggi, accanto all’impronta profonda dei caratteri primigeni dell’arcaico ceppo osco-umbro, sono riscontrabili le peculiari differenziazioni legate a trenta-quaranta secoli di storie diversamente vissute.